Di Marcello Condemi

L’esito del quesito referendario con cui la maggioranza della popolazione del Regno Unito ha, in data 23.6.2016, espresso la propria opinione contraria alla permanenza del UK all’interno dell’Unione Europea (evento che sarà poi conosciuto come Brexit), ha avuto ricadute di estrema rilevanza sotto molteplici profili sulla vigenza delle preesistenti regole contenute negli ordinamenti degli Stati europei.
A detto impatto non si è sottratto neppure il mondo della finanza e degli investimenti, posto che il “Periodo di transizione”, disposto dall’”Accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’Unione europea e dalla Comunità europea dell’energia atomica” e durante il quale ha trovato applicazione «al Regno Unito e nel Regno Unito, di norma con gli stessi effetti giuridici prodotti negli Stati membri, il diritto dell’Unione, compresi gli accordi internazionali, al fine di evitare turbative durante il periodo di negoziazione dell’accordo o degli accordi sulle future relazioni», è infruttuosamente spirato in data 31.12.2020, atteso che UE e UK non sono addivenuti, entro tale termine, ad un nuovo assetto regolamentare condiviso, ex multis, per lo svolgimento, da parte di Società con sede nel Regno Unito, di servizi finanziari nei paesi dell’Unione.

Nonostante le trattative in corso, tuttavia, e seppur in attesa dell’elaborazione (mai avvenuta) di un nuovo framework UE-UK, il Legislatore italiano, a fronte dell’approssimarsi del termine del periodo di transizione, ha previsto, in via cautelativa, ulteriori, specifiche misure transitorie, attraverso il d.l. 31 dicembre 2020 n. 183, al fine di evitare turbative in danno del mercato finanziario nazionale italiano, permettendo alle imprese di investimento aventi sede nel Regno Unito, tramite l’ottenimento di specifiche autorizzazioni da parte della competente Autorità di Vigilanza, di esercitare la propria attività sul suolo italiano.

Pubblicato in “Diritto Bancario”, in data 11 aprile 2022

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